07/06/99
Con il termine "sindrome dislessica" si comprendono, oltre alla dislessia (difficoltà di lettura), anche i disturbi definiti come disgrafia (cattiva grafia), disortografia (frequenti errori ortografici), discalculia (difficoltà nel calcolo e nella manipolazione dei numeri).
In realtà sempre più si tende ad utilizzare la definizione comune di dislessia per comprendere anche le altre difficoltà, spesso ad essa associata: è in questa accezione estesa che qui utilizzeremo il termine "dislessia".

Immagine tratta dal libro "Quando un bambino non sa leggere" Biancardi – Milano, 1999
Il termine learning disabilities (difficoltà scolastiche) comprendeva inizialmente qualsiasi tipo di difficoltà associata alle attività scolastiche: in seguito è stato meglio specificato il settore dei disturbi specifici dell’apprendimento.
L’incidenza delle difficoltà scolastiche sulla popolazione che frequenta la scuola dell’obbligo risulta essere del 15-16%, percentuale che scende al 3-5% se si parla di DSA.
I dati italiani sono ancora incerti, e comunque paiono essere in numero ridotto rispetto a quelli dei paesi di lingua inglese, assai più ricchi di ricerche in questo campo, ma che presentano anche una casistica elevata dovuta alla maggiore difficoltà che implica la lettura della lingua inglese. L’inglese, infatti, a differenza della lingua italiana, non ha corrispondenza tra grafema e fonema (l’italiano si legge come si scrive).
I criteri per l’individuazione della dislessia sono tendenzialmente due:
Per il momento l’unico indicatore predittivo attendibile pare essere una pregressa difficoltà di linguaggio.
E’ necessario che la diagnosi di dislessia sia affidata a specialisti, in quanto si basa su parametri indipendenti dalla lettoscrittura, tra i quali riveste una importanza fondamentale il quoziente intellettivo.
Una curiosità: esiste l’opposto della dislessia, che è l’iperlessia, rappresentata dalla capacità di leggere e scrivere in modo estremamente accurato da parte di chi presenta severe compromissioni cognitive che non giustificherebbero, apparentemente, tale acquisizione. In realtà spesso si tratta semplicemente dell’automatizzazione di un processo di corrispondenza tra suono del parlato e segno scritto che di per sé non è particolarmente impegnativo da un punto di vista cognitivo.
Quasi sempre, infatti, persone con iperlessia presentano severe difficoltà sia nella produzione libera del testo, sia nella comprensione del testo.
Un primo approccio che ha influenzato a lungo il trattamento della dislessia era di origine Domaniana e si basava su una ipotesi di origine neurologica della dislessia.
Una secondo approccio, quello psicoanalitico, ha cercato di individuare le cause della dislessia in un rifiuto della separazione dalle figure genitoriali che l’entrata nella scuola presuppone e da questa ottica ha proposto interventi di psicoterapia miranti a superare le difficoltà di lettoscrittura.
Tale prospettiva però non spiegava alcune variabili ridondanti: il fatto che il numero dei maschi che presentano tale disturbo sia significativamente superiore a quello delle femmine, il fatto che spesso sia stata segnalata una pregressa difficoltà di linguaggio, l’incidenza di un 60% di casi che hanno un famigliare che presenta lo stesso disturbo.
Giacomo Stella, noto esperto di dislessia in Italia, ha proposto una idea innovativa che ha notevolmente influenzato l’approccio al problema: egli ha dichiarato che la dislessia non è una malattia, e che dalla dislessia non si guarisce. Questo ha fatto propendere per una ipotesi di base biologica del disturbo, ipotesi che sembrerebbe spiegare le variabili che la psicoanalisi non riusciva a giustificare.
L’orientamento che prevale oggi dice che si nasce, vive e muore dislessici, anche se con una grande variabilità individuale nell’evoluzione del disturbo:
alcuni adulti conservano una marcata dislessia, altri (definiti compensatori) evitano di esporsi in situazioni pubbliche e utilizzano con successo strategie alternative alla lettoscrittura, altri ancora (definiti in ricerche in paesi anglofoni "recovered"), hanno recuperato ed il disturbo compare soltanto in casi di affaticamento o in situazioni in cui sono fortemente disturbati o confusi. Generalmente alcuni segnali che possono permanere sono difficoltà a leggere l’orologio, a conteggiare i resti, a ricordare la sequenza dei mesi dell’anno, ecc: a buone capacità cognitive accompagnano difficoltà procedurali e, a volte, una certa goffaggine nei movimenti e difficoltà di motilità fine. Spesso solo un accurato esame neuropsicologico può ancora identificarli come dislessici.
La riabilitazione deve essere incentrata sulla motivazione: occorre muoversi con equilibrio per far sì che bambini dislessici continuino ad affrontare la lettoscrittura senza arrivare ad un rifiuto di un compito per loro difficile ed altamente frustrante.
La continuazione dell’esercizio della lettura può consentire una lettura sempre più basata sul riconoscimento visivo delle parole e sempre meno sulla faticosa decifrazione.
Solo in casi di conclamata alessia (totale incapacità di leggere) la lettura e la scrittura non vanno proposte e occorre rivolgersi a strategie completamene alternative: in caso di dislessia, invece, la lettoscrittura va conservata come supporto ad altre modalità di presentazione dei contenuti da apprendere, ma non va in ogni caso considerata la via principe.
Il progetto, prima che didattico, deve essere di aiuto: vanno privilegiati gli apprendimenti anche a scapito della forma.
Purtroppo tale attenzione, presente nella scuola elementare (la percentuale dei bocciati che presentano tale disturbo è in linea con la media generale), tende a scemare nella scuola media, dove la percentuale di bocciati che presentano dislessia è del 600% superiore alla media generale.
Accorgimenti utili per implementare, prima ancora di un percorso didattico, una strategia di aiuto sono:
Paolo, dislessico, è descritto qui mentre sta leggendo.
(dall’intervento del Dott. A. Biancardi al corso di alta qualifica per insegnanti di sostegno organizzato dal Provveditorato agli Studi di Reggio Emilia)
per ulteriore approfondimento "Quando un bambino non sa leggere" Biancardi – Milano 1999 Rizzoli