17/01/2018

DAVVERO? USO DELLA VIRTUAL REALITY NEL TRATTAMENTO DELL'AUTISMO 

(Dott.ssa Alice Scalabrini, psicologa psicoterapeuta )

Sempre più frequentemente, chi si interessa per passione, lavoro o vita personale alle tematiche della riabilitazione o, più in generale, alla promozione della salute, e crede alla sinergia con i progressi tecnologici, si imbatte in un possibile utilizzo della realtà virtuale (VR). La VR è un medium che consente di immergersi in un ambiente virtuale realistico grazie ad un apposito visore e può essere pensata ed utilizzata in contesti educativi e riabilitativi.

Certo non sono temi del tutto nuovi, di RV si parla dagli anni ’90; la mia collega, dott.ssa Caprino, nel 2008 illustrava i vantaggi dell’evoluzione di queste tecniche nell’articolo: La realtà virtuale nella riabilitazione delle disabilità motorie.

Ad oggi, in Italia, l‘utilizzo della RV per scopi connessi alla psicologia, all’educazione o alla riabilitazione è appannaggio di pochi centri privati o rari studi pilota, ma il destino è quello di vedere allargare il proprio raggio di azione. Al politecnico di Milano era il 2016 quando alcuni giovani ricercatori del dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria svilupparono Wildcard[1], uno strumento di supporto terapeutico per permettere ai bambini con disabilità intellettiva di immergersi nelle storie raccontate dai terapisti durante la riabilitazione. Pochi mesi fa il MIUR stesso ha aperto un bando[2] pubblico proprio per lo sviluppo e l’implementazione di applicazioni di RV e Aumentata per soggetti affetti da disturbi dello spettro autistico. Certamente, il numero ridotto di persone che sono state sottoposte a trattamenti con tecnologie avanzate e l’estrema variabilità individuale in tema di disabilità non permettono di dimostrare scientificamente la validità di tali approcci. Possiamo però immaginare che gli ambienti ricreati mediante RV rappresentino un contesto di interazione sociale grazie al quale la persona possa sperimentare momenti di vita dove emozioni, paure e difficoltà, ma anche comportamenti disfunzionali si possano affacciare, facendo così emergere, nel contesto protetto di un laboratorio sperimentale, il funzionamento cognitivo che ne sta alla base. In fondo, ‘virtuale’ è solo uno dei possibili modi di essere (Lévy, 1995)[3]. Il virtuale non è il contrario del reale, ma un modo di essere che (…) schiude prospettive future, scava pozzi di senso al di sotto della piattezza della presenza fisica immediata’. Il virtuale non può dirsi irreale, anche se non si sa dove, può essere vissuto, esiste, e come tale non deve spaventare ma essere integrato nelle proprie esperienze. Pensando allo specifico dello spettro autistico, dove la simulazione di contesti di vita quotidiana e la prevedibilità degli stessi è efficace per migliorare le competenze finalizzate all’inserimento sociale, la RV appare un mezzo sicuro e controllabile.

La versatilità, data anche dalla possibilità di ripetere gli interventi più volte senza gli stressor tipici delle interazioni faccia a faccia, suggerisce che la VR può risultare più efficace nel migliorare la capacità di interazione e le competenze nei rapporti sociali rispetto ad altre metodologie. I metodi comportamentali, come noto, si basano sulla gradualità degli interventi che potrebbero essere controllati e gestiti dall’operatore stesso, modellando l’ambiente alle necessità del soggetto.

Aspettiamo con ansia i risultati di questa esperienza e chissà, tra non molto potremo iniziare a pensare alla VR come strumento concreto nel nostro quotidiano, nel lavoro di tutti i giorni di promozione della salute in cui noi operatori tanto crediamo e investiamo.

 

Dott.ssa Alice Scalabrini, psicologa psicoterapeuta

finoamuovereilcuore@gmail.com